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Pagan Metal: Musica delle Radici (Articolo risalente al giugno 2013)

(Gli Eluveitie in una foto d’archivio)


Mito, folclore, tradizione più antica. Prendete questi elementi ed uniteli al modernissimo suono distorto di una band Heavy Metal, otterrete così un’alchimia vivace e dinamica chiamata Pagan Metal, cioè metallo Pagano. Sotto questa etichetta, che in realtà non si riferisce ad un genere musicale preciso ma piuttosto ad un modo di concepire musica, possiamo raggruppare una quantità veramente notevole di musicisti e gruppi appartenenti a innumerevoli nazionalità e a diversi sottogeneri del Metal, tra i quali possiamo includere il Folk Metal, il Black Metal, il Death Metal ed il Viking Metal. Come avete potuto notare abbiamo utilizzato l’aggettivo Pagano, bene, con il suddetto termine indichiamo la caratteristica principale del songwriting, e cioè il continuo riferimento alle divinità ed alla mitologia del mondo pre-cristiano.

Possiamo dire che tutto ebbe inizio nel Nord Europa e più precisamente nella Svezia del compianto Ace Thomas Forsberg alias Quorthon, che sul finire degli anni 80 e gli inizi dei 90 iniziò a cantare di Thor e Odino con i suoi Bathory, a partire dall’album Blood, Fire, Death. In quel clima e in quegli stessi anni in Norvegia nascevano gli In the Woods e gli Enslaved. Questi ultimi di lì a poco avrebbero, con gli album Frost ed Eld (nel quale in una traccia si parla dell’episodio di sangue di Lindisfarne del 793), dato alle stampe due pietre miliari del genere. Una volta che la scintilla fu innescata all’interno dei paesi scandinavi, forse a causa della debole penetrazione del cristianesimo, qui visto come elemento straniero, l’incendio divampò in tutta Europa. La versatilità delle tematiche fece si che ogni giovane musicista di quegli anni che si avvicinava alla scena metal underground proveniente da qualsiasi paese, potesse utilizzare il repertorio culturale della propria nazione come materia utile alle proprie canzoni.

Abbandonando le gelide terre del Nord dove nel frattempo erano spuntate altre importanti bands come Falkenbach, Amon Amarth, Windir e i primi Amorphis, ci trasferiamo nelle nere foreste dei carpazi abitate dai Negura Bunget passando per le Alpi svizzere dei celti Eluveitie. Il pantheon celtico trova posto sicuramente anche negli irlandesi Cruachan e negli Skyclad. Questi ultimi, britannici, hanno giocato sicuramente un ruolo determinante per la nascita del folk Metal, nel quale vengono introdotti strumenti tipicamente folkloristici come violini, fisarmoniche, flauti, scacciapensieri e percussioni nelle partiture.

Non mancano in questo scenario i paesi d’oltre cortina, che dagli anni 2000 in poi hanno visto emergere decine di realtà, pensiamo ai Dalriada, ungheresi e ai baltici Metsatoll e Skyforger, rispettivamente estoni e lettoni. Restando nell’ambito dell’Europa continentale molto importante appare la scena musicale tedesca brulicante di artisti, a cominciare dai Menhir e dagli Adorned Brood, per poi arrivare alla maestosità degli Equilibrium. Infine ormai definitivamente consacrate sono le bands russe tra le quali spiccano gli Arkona capitanati dall’inossidabile Masha Arhipova.

Dopo questo difficile discorso introduttivo e vista l’enorme quantità di argomenti e di nomi di cui poter parlare, torniamo qui da noi. Le notizie provenienti dai confini di casa nostra fortunatamente sono molto buone, poiché negli ultimi anni sono nate e stanno nascendo realtà molto originali. Cito i pugliesi Vinterblot, i romani Ade, i lombardi Furor Gallico, i bolognesi Malnatt, gli Elvenking e i Folkstone ma l’elenco è davvero lungo e mi fa specie il fatto di non poter elencare tutti questi bravissimi musicisti.

 

Riguardo la scena italiana e non solo, un importante e sicuramente più approfondito contributo potrà arrivare dalla lettura di un libro che sta uscendo nelle librerie proprio in questi giorni. Il volume, edito da Crac edizioni ed intitolato “Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök” è stato scritto da un giovane appassionato e conoscitore del genere che risponde al nome di Fabrizio Giosuè.

Egli così parla della sua passione: <<Ho iniziato a seguire il genere nel 1998 quando, attraverso il tape trading, scoprii il disco di debutto Once Sent From The Golden Hall degli Amon Amarth. Parallelamente in quegli stessi anni era nato in me il grande interesse per i libri di argomento musicale, così, leggendone di tutti i tipi, arrivai alla conclusione che nelle librerie mancavano all’appello i libri sul genere Pagan\Viking\Folk>> quindi, prosegue l’autore: <<dall’estate scorsa ho cominciato a lavorare per colmare questa lacuna che era una lacuna non solo italiana ma mondiale. Così ho pensato di mettere per iscritto le mie conoscenze, trovando immediatamente – e fortunatamente – il supporto di Marco Refe di Crac Edizioni>>. Giosuè stesso ci informa che: <<Il libro uscirà nelle prime settimane di giugno, è un’opera di circa 350 pagine che grazie alla distribuzione Nda Press sarà reperibile in tutte le librerie italiane>>.

 

Abbiamo parlato finora della volontà da parte di tutti questi artisti di ispirarsi al patrimonio che c’è stato tramandato dai nostri avi. Quest’ultimo elemento, quello del richiamo a passate tradizioni o culture ha fatto storcere il naso a qualcuno appartenente alla categoria dei benpensanti, i quali hanno visto in questo interesse accompagnato da tutta la simbologia ad esso connessa, una forma di nostalgia per i Nazismi. Ovviamente niente di più sbagliato, infatti sono stati gli esponenti stessi di moltissime di queste bands ad essersi schierati contro ogni forma di intolleranza. Ad esempio Heri Joensen, il Frontman della band Faroese Týr, rispondendo alle accuse del B.I.F.F.F. (Berliner Institut für Faschismus-Forschung und Antifaschistische Aktion) ha affermato che le suddette accuse derivano dall’ignoranza delle tradizioni nordiche, ed ha smentito in maniera categorica queste voci. Ma tralasciamo ogni polemica ed ogni sterile discussione e godiamoci tranquillamente le note dei nostri artisti, in compagnia degli amici e di un boccale di birra.

Daniele “Blackthunder” Milano

Tre recensioni dal passato

Windir, 1184

L’album che ho tra le mani, 1184 dei Windir, rappresenta a mio avviso l’apice del processo di maturazione della band fondata dal compianto Valfar, pseudonimo di Terje Bakken: Il suddetto album è il terzo dei quattro partoriti dalla mente del polistrumentista di Sogndal scomparso a soli ventiquattro anni. Da sottolineare come la produzione di questo prodotto viene arricchita dalla presenza di artisti “ospiti” come “Cosmocrator” e “Hvall”.

La prima traccia, “Todeswalzer”, è caratterizzata da un’ efficace melodia di tastiera che viene subito sovrastata dal resto degli strumenti: notiamo infatti il feroce Screaming di Valfar, un sostenuto ritmo di batteria e il veloce riffing delle chitarre, i quali insieme a brevi tratti di cantato con voce pulita formano un connubio davvero riuscito. Non si fa neanche in tempo a calarsi nell’atmosfera malinconica del brano iniziale che si viene investiti dalla melodia di stampo folk della seconda traccia, quella 1184 che dà il titolo all’intero album. Il brano narra di un episodio della storia Norvegese, nel dettaglio si tratta dello scontro tra due sovrani che si contendevano la corona dell’intero regno, Sverre Sigurdsson e Magnus V il quale avrà la peggio nella battaglia navale decisiva. Musicalmente parlando la traccia è caratterizzata da un ottimo fraseggio della chitarra solista e da un azzeccato utilizzo della fisarmonica. Nei brani “Dance of mortal lust”, e “The spiritlord”, come del resto in tutti i successivi emerge in maniera maggiore la componente Black – Thrash sempre tuttavia mediata dalla dimensione folk e melodica, marchio di fabbrica dei Windir. Infine da segnalare è la conclusione dell’ultima traccia chiamata “Journey to the End”, qui è presente una lunga parte che esula dal contesto dell’intero album e che potrebbe essere etichettata come appartenente al genere Tecno. Quest’ultimo tratto caratterizzato dal dialogo tra tastiera batteria, che potrebbe non piacere ai cosiddetti “puristi”, a mio avviso rappresenta un esperimento musicale che arricchisce l’intero album.

VOTO: 8,5\10

Saxon, Strong Arm of the Law

Risulta difficile, se non impossibile, recensire gli album che hanno fatto la storia dell’Heavy Metal : Strong Arm of the Law è uno di questi. Quest’ultimo uscito nel 1980, lo stesso anno di Wheels of Steel (in piena fase New Wave Of British Heavy Metal) , ne conserva la medesima carica di “metallosità”, che a mio avviso verrà in parte smarrita nel successivo Denim and Leather. La formazione capitanata da Biff Byford in questo disco riesce a concentrare una quantità notevole di brani che diverranno dei veri e propri cavalli di battaglia in sede live, a partire dalla veloce e devastante “Heavy Metal Thunder”, che inaugura l’album, per arrivare alla chiusura dello stesso con “Dallas 1 PM”, la quale narra dell’assassinio del presidente americano Kennedy. Il duo chitarristico Paul Quinn e Graham Oliver, in tutte le tracce riesce ad eseguire una serie veramente impressionante di ritmiche serrate e assoli melodici nonchè potenti, il tutto supportato dal basso di Steve Dawson e dall’ottimo Pete Gill dietro le pelli.

In realtà se proprio volessimo trovare una canzone leggermente sotto tono rispetto alle altre, questa potrebbe essere rappresentata da “To Hell and Back Again” che a mio giudizio presenta un cantato meno grintoso rispetto alla media dell’album; tuttavia la traccia risulta abbastanza ben riuscita nel suo complesso. Invece nel brano che dà il titolo al disco, “Strong Arm of the Law”, così come in “Hungry Years” notiamo qualche influenza legata al rock del decennio precedente ed anche un leggero rallentamento delle ritmiche, che però guadagnano compattezza e durezza. Proseguendo con l’ascolto troviamo le songs: “Taking Your Chances”, “20,000 Ft.”, “Sixth Form Girls” che riprendono quella velocità che avevamo trovato all’inizio e che avevamo un po’ smarrito durante l’ascolto.
Ragazzi inutile dire che se vi definite amanti del “metallo” non potete assolutamente ignorare questo disco, che rappresenta uno dei più riusciti nell’ambito del suddetto genere.

VOTO: 9,5/10

Vinterblot, Nether Collapse

Nell’ormai florido panorama Metal degli ultimi 3-4 anni sono sorte numerose band: restando in ambito italiano, notiamo l’emergere dei pugliesi Vinterblot. Questi ultimi suonano un Death Metal di chiaro stampo svedese arricchito da un Songwriting di ispirazione mitologica, formando un connubio che molto genericamente viene inquadrato nel genere “Pagan”. Il gruppo nasce nel 2008 e già dopo quattro anni si presenta ottimamente al pubblico europeo con questo album di debutto, dato alle stampe sotto l’egida della Rising Records .

Dopo l’intro chiamata non a caso “Prelude”, troviamo subito una delle tracce più riuscite dell’intero album “Upon a Reign of Ashes”. In questo brano possiamo notare come la produzione sia davvero valida e come il duo Vandrer\Fjorgynn disegni con le chitarre una melodia semplice che rimarrà a lungo nella nostra testa, il tutto senza perdere di incisività. Il Growl di Phanaeus è inoltre amalgamato molto bene con il resto degli strumenti. Proseguendo con le successive “Council of Trees Beholder”, “Remembrance”, “Howling Shadow”, troviamo la stessa compattezza che caratterizza la seconda traccia con in più una maggiore complessità soprattutto della parte ritmica. Infatti possiamo apprezzare il grande lavoro di “Wolf” dietro le pelli e l’altrettanto buona prova del bassista “Eruner”. Questo muro sonoro viene smorzato dalla strumentale “Sol Invictus (Ritual Act)” che ci fa rilassare un po’ prima delle tracce finali. Con “Whispers to the Headless” ritroviamo la durezza che pervade l’intero album mentre in “The Forlorn War” è presente un ritmo leggermente rallentato che caratterizza anche “…to Nethereal”. L’ultimo brano dell’album è “As Sleipnir Rides” che era presente anche nel precedente Demo\EP ma che non avevamo apprezzato appieno per la minore qualita della registrazione che il suddetto presentava.

Nel dover dare un giudizio il più possibile oggettivo sul lavoro dei Vinterblot non si possono negare le forti influenze musicali provenienti da gruppi come Amon Amarth o Entombed, tuttavia escludendo questo dato che per alcuni può essere trascurabile, il risultato che i nostri Bitontini raggiungono di sicuro è molto efficace ed è al di sopra della media riguardo a perizia tecnica, considerando che si tratta di un album di esordio. Quindi se amate il genere questo album vi entusiasmerà non poco, in poche parole ve lo consiglio.

VOTO: 7,5/10

Daniele “Blackthunder” Milano